Appena atterrati, abbiamo notato una bambina e un bambino che giocavano lì vicino con un oggetto tondo che rimbalzava e saltellava come un canguro: lo chiamavano “palla”. C’era anche un piccolo cane.
Sembravano divertirsi così tanto! Allora uno di noi, Phil, sorpreso dalla gioia che mostravano, si è avvicinato e ha salutato: “Ciao!”.
I bimbi si sono voltati e hanno ricambiato il saluto: “Ciao!”
Phil con gli occhi sbarrati ha fatto un salto all’indietro: “Ma… ma… Come? Voi mi capite?”
“Certo che ti capiamo! Siamo bambini. Come ti chiami?”
“Phil, e voi?”
“Ishat”. “Tommaso. Questo è invece Macchia, un cagnolino che gioca sempre con noi”.
“Ma dove siamo? Io e i miei amici voliamo da ore ed ore e avevamo proprio bisogno di fare una sosta per riposare”
“Io ho fameee!!” Ha aggiunto Kiwi, il nostro amico più giovane.
“Siamo a Rimini!”
“Ma che bel nome: RIMINI. E cosa c’è di bello qui a Rimini?”
“A Rimini ci sono tante attrazioni, tanti luoghi interessanti ed è piena di persone simpatiche e disponibili.
Ah, poi, a Rimini c’è tanta diversità!”
” Diversità?!? Che COS’È la diversità?”
Giorno 1, le parole. O forse il linguaggio? Usiamo parole diverse, è vero, ma diciamo le stesse cose, questo vuol dire che a volte ciò che esprimiamo non ha bandiere o confini, parliamo con le mani, gli occhi, la postura, i suoni e poi, certo, anche con le parole! Oggi abbiamo tirato un filo attorno a noi, un perimetro entro cui fare il nostro cerchio, giocare e divertirci. Poi abbiamo appeso ad ogni lato le nostre parole: mami, ma, mamma, ciudad, juntos, cullom, ecshate, casa… quanto sono diverse! Questi siamo noi: siamo diversi, ognuno parla una sua lingua, ognuno ha la sua storia. Le nostre parole così dissimili oggi ci trattengono in uno spazio unico, un solo spazio per tutti. Giocando a mimare le emozioni o a catturarle come fossero bandiere da rubare, abbiamo scoperto insieme quanto le emozioni siano legate alle parole, a chi siamo e come ci sentiamo in un luogo o insieme agli altri. Poi abbiamo disegnato i nostri luoghi più cari, più identitari e, una volta appesi, hanno trasformato il nostro cerchio di parole in immagini, colori, vita.
I prossimi giorni saremo esploratori di questa nostra città, che forse ci tiene insieme come questo filo fa attorno a noi proprio oggi. Ma come possiamo capirci se non usiamo le stesse parole? Dobbiamo forse inventare una lingua nuova? Forse dobbiamo farci silenziosi e osservarci bene gli uni gli altri, per capire cosa stiamo dicendo!
Se impariamo ad esprimerci e a guardarci reciprocamente, allora possiamo essere un’unica grande macchina che si muove insieme. Se sappiamo comprendere gli sguardi altrui e riconoscerci simili, allora la nostra diversità diventa singolarità e unicità, olio per il motore. Le storie di ognuno di noi sono mattoni per la nostra città e sapercele raccontare sarà la nostra benzina! E, beh, il motore siamo proprio noi.